Innanzitutto vorrei spiegare il criptico titolo di questo post. Jazz bound > orientato verso il Jazz. Mi sono finalmente abbandonato a questa musica incredibile, che negli anni mi ha sempre ammiccato, ma a cui ho sempre resistito per principio. Sì, trovo che sia la musica più coinvolgente e, per così dire, a “vicolo cieco” che l’uomo abbia prodotto. Una volta entrati nell’ordine di idee del Jazz è quasi impossibile uscirne. Per questo ne ho fatto una questione di principio morale. E ha funzionato, fino a pochi mesi fa, quando l’incessante richiamo delle anime dei mostri sacri non mi ha posseduto. Per celebrare questo sodalizio, mi sento onorato e un po’ imbarazzato nel pubblicare la mia personale trascrizione del celeberrimo quanto sospirato “Solo Break” di “A Night in Tunisia” di Dizzy Gillespie, nell’interpretazione di “Bird”, il mitico Charlie Parker. Ora, non sono certissimissimo che la parte finale sia perfetta in quanto l’ho realizzata ad orecchio e non ho avuto ancora modo di sperimentarla con lo strumento, cosa che farò al più presto. Per ora, IMHO (in my humble opinion), inizio a metterla a disposizione.
“Jazz bound” – A Night in Tunisia Break Solo IMHO
Giocare con il Volume
Probabilmente è un topic di poca o nulla utilità, ma si sa, quando una cosa “scappa”, scappa! Subito al dunque: uno degli aspetti meno frequentati della pratica chitarristica, almeno a livello divulgativo, è l’azione sul potenziometro del volume. Ecco che inizio a sentire i commenti sarcastici e le risatine (oltre a sempre possibili “date di gomito”). Attenzione! Il volume riveste un ruolo fondamentale nel potenziale espressivo di un chitarrista. Alcuni lo utilizzano di più, altri meno. Io, quasi-geneticamente discendente del latino Carlos Santana, che è un esuberante utilizzatore del suddetto potenziometro, ho imparato a goderne i vantaggi e ad apprezzarne le sfumature. I bluesman e i rocchettari (rocchettoni, nell’accezione pseudo-milanese) tendono a tenerlo fisso “a palla”. Anche molti jazzisti tendono ad ignorarlo, ma questi ultimi tendono a ignorare qualsiasi aggeggio elettronico presente sulla chitarra. “Ah, questo è un pickup”? (…) Un esempio tecnico: molti pedali di distorsione, overdrive e fuzz sono giudicati anche per la loro capacità di “pulirsi” diminuendo di qualche tacca il volume della chitarra. Perché è molto comodo, oltre che più sfruttabile agire su un potenziometro per ottenere diverse sfumature di suono piuttosto che agire su due pedali separati per modulare la quantità di distorsione. Inoltre, a mio modesto parere, il dover interrompere per un istante la percussione del plettro/dita sulle corde dà maggiore consapevolezza di ciò che stiamo suonando; è un’azione deliberata, non un “meccanismo”, come lo definisce la mia amica Linda.

PROVA!
Perciò proviamo a impostare il suono della chitarra in modo che ci piaccia/sia adatto a volume pieno. Poi lo abbassiamo a circa 7 (su 10), e suoniamoci un po’. Facciamo gli eventuali aggiustamenti secondo la parte che dobbiamo suonare. Al momento “buono”, produciamo una nota bella espressiva e regoliamo il volume, alzandolo con decisione, magari mentre vibriamo la nota. Uhhh, che risposta, che sensazione! Non trovate? Ora proviamo l’inverso. Lasciamo risuonare una nota o meglio, un accordo in un momento di climax, abbassiamo di un po’ il volume, aaah, come si pulisce il suono, diventa più docile, pronto a interrogarci nuovamente… E vogliamo toglierci la splendida opportunità di simulare un ottimo e naturale “tremolo”? Facciamo risuonare qualcosa che stiamo suonando (benissimo con gli accordi) e alziamo e abbassiamo in rapida successione il volume da 10 a 5/6 o giù di lì. Splendido risultato. Alla prossima con altre amenità chitarristiche! Cheers
Manuale di Chitarra Ritmica
Ragnatele!
E’ ora di togliere un po’ di ragnatele dalla prassi del nostro strumento, la chitarra. Dove sono finiti gli innovatori? Non mi dite che l’orrido processo di globalizzazione interviene anche sulle diversità dei talenti! Ci vuole coraggio. Coraggio a esporsi stuzzicando le ormai iperconsolidate tecniche strumentali. Io mi sono rotto di ascoltare (e di suonare) sempre la stessa minestra, e comunque mi sono sempre divertito a sondare le potenzialità della chitarra, esagerando, inventando, osando senza pudore. E mi sono sempre ritenuto un pallido sperimentatore! Avrei pensato che “il futuro” mi avrebbe stupito con chissà quali trovate tecniche e stilistiche. Sarà stata anche un’aspettativa fuori misura, ma non mi sarei mai sognato di ritrovarmi in un piattume del genere. E non parlo soltanto di “mainstream”, dove osare è la parola più pericolosa e meno utilizzata, ma scorrendo video amatorali sul “tubo” di colleghi di ogni dove. Sempre la solita pappa: o il suadente slow hand con il fraseggio morbido, alla Robben Ford, per intenderci, o la massa di metallari o, peggio, di “tappisti” a due o quattro zampe. Che palle!
L’ultimo baluardo degli innovatori è il mitico Oren Ambarchi. Notevole, mistico direi. Ma ascoltandolo tutto si direbbe che l’ascoltare un chitarrista. No, io parlo di fraseggio, di ritmica, che è rimasta impigliata tra le pieghe degli anni ’90 al massimo (tralasciando i predecessori potenti geni alla Hendrix e soci, ovviamente). E intendo anche senza strafare per il gusto di farlo, ma per sviluppare il linguaggio di questo strumento che è portentoso ed è lì a incitarci: “Su su dai, fammi vedere la vita che mi dai; rendimi partecipe della contemporaneità!”. Oh, io continuo a farle del male. Chi mi segue? :^)
La faccia della musica – ruoli e impersonificazioni
No, non ho detto “alla faccia della musica”… E’ da un bel po’ che mi refluisce in mente, in modo periodico e inflessibile, una questione su cui in pratica già ci lavoro dal punto di vista compositivo e strumentale: “deve la musica per forza adeguarsi a certi canoni stilistici per essere efficace?” Premetto che, con tutta probabilità e come avviene nella maggior parte delle discussioni pressochè inutili sulla natura della musica, di sicuro l’argomento sarà già discusso in un collaudato dibattito filosofico, ma sarebbe troppo complicato e inutilmente estenuante fare ricerche in merito, quindi proseguo. E intanto mi spiego meglio.
Ieri sono inciampato in un video clip di Diana Krall, bravissima, bellissima. Pianoforte smagliante lucidato col “pronto”, contrabbassista rigorosamente di colore con giacchetta scura e taglio di capelli corto stile Cotton Club, pezzo swingato con tutti, ma proprio tutti, gli elementi caratteristici di questa musica. Mi chiedo: è indispensabile “imbustarsi” in un genere musicale per essere efficaci? (leggi diventare bravissimi, avere successo, ecc.) o, come credo, partire da un molo e imbarcarsi in un’avventura senza confini? Penso che la risposta sia “ortodossia”, tipica di una certa mentalità zuccherosa d’oltre oceano; in definitiva, espressione di una velata incomprensione del vero scopo del fare musica, e non solo bieco commercio… (vedi oltre).

Ma perchè, ragionando a livello percettivo, per “fare jazz” bisogna avere gli occhialetti trendy, possibilmente dolcevita nero e giacchetta, una chitarra semiacustica rigorosamente “clean” e dimostrare un’evidente atteggiamento snob? Oppure, per fare rock vestire una t-shirt bisunta, avere una solidbody sotto la cinta, ostentare “power stance” plateali e assordare più persone possibile? E mi riferisco soltanto a banalità estetiche! Se entriamo nello stile vero e proprio sono dolori, e delusioni. Sì, delusioni! Sarà per troppa fiducia riposta negli esseri umani, ma se non è l’arte, la nostra amatissima musica che può stimolare nuove sensazioni, crei piccoli canali di comunicazione, che ridesti interesse in noi, chi può farlo? Non voglio pensare, pur scandendo i quasi trentacinque anni di militanza nella musica, che questa si tratti semplicemente di un disgustoso fatturato. E se anche così fosse (“welcome to earth” mi dissero in passato a proposito di queste mie esternazioni…), IO non mi adeguo, e sono certo che la buona parte dei musicisti veri (si può dire?) la pensa come me.
Ad ogni modo, veri o non veri, il punto è: “E’ possibile esprimersi al di là di un genere prestabilito?” Difficile. Non c’è scampo, pensandoci bene. Addirittura si possono facilmente generare degli ibridi descrittivi tipo: “Guarda quello! Fa jazz con una stratocaster distorta!” oppure: “Ca**o! Sembra Keith Richards, ma suona come Jim Hall, hai sentito?” Niente da fare: etichette, binari, schemi, riferimenti. Non c’è scampo. Non dimentichiamoci che reali innovatori sono stati ampiamente derisi e hanno pagato, paradossalmente, il prezzo della loro genialità. Solo più tardi, alcuni, sono stati accettati e santificati. C’è il famoso aneddoto di Charlie Parker quando, a una audizione per reclutare un sassofonista, il batterista si è fermato svitando il piatto crash e lanciandolo fragorosamente per terra per far smettere quella ridda di dissonanze (aggiungo magnifiche).
E’ così. L’innovazione si paga, la personalità si paga, specialmente se non hai la faccia di Justin Bieber…
Comunque. Se mi avvicino a un genere e voglio riprodurlo devo identificarne le caratteristiche e imitarle. Mi faccio aiutare anche dalle caratteristiche dello strumento, ad esempio se voglio “fare Jazz”, come i famosi gatti de “Gli Aristogatti”, sceglierò una semiacustica con corde spesse e liscie, niente effetti e un ampli tipo Roland Jazz Chorus o un Fender Twin Reverb. Se voglio “fare Rock”, opterò per una solidbody con corde più sottili, una selezione di effetti tipo Overdrive/Boost, Wha, Delay e un amplificatore a valvole da ernia del disco (non necessariamente, ma l’icona rock è questa). Da qui posso partire a clonarmi e immedesimarmi nel genere. I più ansiosi cominciano ben presto a creare invaginazioni stilistiche, inserendo caratteri di genere in un altro, prelevando cose da uno stile e impiantandolo nell’altro. Quelli ancora più creativi ampliano (o riducono) il proprio vocabolario tecnico avvicinandolo a un altro stile o a più stili diversi. Gli insofferenti, tipo me, ormai non sopportano più di riprodurre un genere, e concedono la citazione ad hoc forse più per malizia verso il pubblico che per desiderio. Per concludere, la mia idea è di disfarsi dei legami stilistici, che sono di certo utili durante l’acquisizione delle tecniche strumentali, e di sforzarsi a proporre qualcosa di personale, magari orrido, ma unico
Imparare o… disimparare?
Premessa: come sempre non parlo da filosofo, ma da cialtron-filosofo.
Imparare. Ognuno di noi da quando viene al mondo, impara cose. Lentamente, velocemente, secondo le proprie attitudini. Si imparano cose semplici, meno semplici o complesse, che il nostro cervello assimila in misura diversa. E immagazzina, memorizza in modi differenti. Applichiamo questo dato di fatto alla pratica strumentale, in particolare quella chitarristica di cui mi occupo. Normalmente si cerca di assimilare il più possibile con i mezzi più disparati, e come ben si sa, la quantità di tempo impiegata per imparare tecniche, fraseggi, abilità generali o specifiche non si conta. Ed ecco il punto di questa breve riflessione: se io volessi “disimparare” una parte delle cose che ho appreso, magari in un momento in cui mi piaceva approfondire un dato genere musicale che ora non pratico più? Certo. Sulle prime può sembrare una questione di lana caprina, può sembrare persino una domanda ridicola, ma non lo è affatto.

Partiamo dall’assunto fin troppo evidente che il “sound” di ogni chitarrista è in larga percentuale nelle mani di chi suona. L’equipment è un solo un complemento naturale a questo, non è così rilevante. Io aggiungerei senz’altro che anche l’esperienza didattica determina il sound di un chitarrista, che si riflette proprio nelle mani dell’esecutore. Anche se io mi cimentassi con tutto l’impegno a emulare il tocco sommario di un bluesman ruspante non ci riuscirei mai. Sì, mi posso avvicinare, crearne uno simile, imitarlo…
Tanto studio può facilmente determinare “mani da damerino”, che volteggiano leggere sulla tastiera della chitarra. Ma il “tone” rustico, ruggine e sanguigno me lo posso dimenticare. Forse voglio affermare inconsciamente che un lavoro costante sulla tecnica va a minare gioco-forza altre interessanti caratteristiche espressive che, forse, cancellando un po’ di anni di studio si potrebbero recuperare? Ho detto una stupidaggine?
Vibrato insight – parte prima
Mi sono reso conto di recente (sono sorprendenti le mie consapevolezze della maturità) che il vibrato, anzi, i molteplici tipi di vibrato possono conferire a uno stile chitarristico (e non solo) un’impronta decisiva. Per farsene un’idea basta ascoltare qualche assolo dei grandi, che so, Jimi Hendrix, David Gilmour, Joe Satriani, Carlos Santana, Jeff Beck, Randy Rhoads, Brian May, Eric Johnson, Angus Young e Ingwie Malmsteen, per citarne alcuni. Ognuno di loro ha sviluppato uno stile ben preciso e riconoscibile anche grazie al tipo di vibrato. Lo scopo di questo articoletto è proprio quello di addentrarmi nei dettagli di questo apparentemente innocuo strumento tecnico e cercare di evidenziarne le diverse caratterstiche.
Prima di tutto è utile capire cosa si intende per “vibrato” e, una volta tanto, irridere i nostri colleghi americani che l’hanno spesso confuso con il “tremolo”, cosa totalmente differente.
Il vibrato è la fluttuazione più o meno costante di una frequenza che si discosta da quella fondamentale di poche decine di cent (la più piccola suddivisione del semitono) fino a escursioni più ampie, queste ultime scarsamente utilizzate. E si ripete anche qui a velocità differenti, secondo i gusti dell’esecutore.
Distinguiamo i tre tipi fondamentali di vibrato:
1. Vibrato “verticale”;
2. Vibrato “classico”;
3. Vibrato “artificiale”.

1. Il primo è il tipico vibrato “rock”, dove la mano e il polso imprimono uno spostamento verticale della corda sul tasto. Questo tipo è forse il più utilizzato data la sua versatilità. Può avere diverse intensità e velocità di esecuzione. Ogununa di queste caratteristiche è facilmente riconoscibile a orecchio, e contribuisce a determinare, come accennato, lo stile di un chitarrista. Per fare un esempio al volo, i chitarristi heavy metal tendono a esasperare il vibrato, rendendolo piuttosto sguaiato nel carattere e molto evidente; lo si può capire…
Lettera a uno sconosciuto
Lettera inviata a “You Book”, rubrica di auto-recensioni di libri all’interno della trasmissione radiofonica “Fahrenheit”, in onda su RAI Radio 3.
“Ciao a tutti, mi chiamo Marco Colombo, musicista. Vorrei parlare del volume “Lettera a uno sconosciuto”, di John Cage, a cura di Richard Kostelanez, edizioni Socrates, Roma – 1996.
Lettera a uno sconosciuto, un generoso volume di oltre 500 pagine, raccoglie centinaia di interviste a uno dei più significativi e importanti musicisti del XX secolo: John Cage.
Attraverso la molteplicità di domande rivolte al musicista, sempre puntuali e stimolanti, si rivela al lettore la sua brillantezza di pensiero, la ferrea coerenza artistica e il suo splendido carattere gioioso e al contempo profondissimo.
Tra i molti, forse l’aspetto più interessante del pensiero di Cage è il suo consapevole avvicinamento alle dottrine del Buddismo Zen, necessarie per svuotare la mente dall’oppressione della memoria. In questo modo si viene liberati dai vincoli della tradizione e si accoglie l’inventiva nella sua forma più pura.
Un altro aspetto fondamentale della poetica del compositore è il ricorso alle operazioni casuali attraverso l’I Ching, il libro dei mutamenti. In questo modo, l’apparente aleatorietà della composizione musicale viene circoscritta in uno schema decisionale che ne definisce i parametri tecnici.
Formidabili sono anche le sue scintillanti digressioni – mai accademiche – sugli argomenti a lui cari: la pittura, lo studio dei funghi, la macrobiotica, la pedagogia e la filosofia sociale.
Una lettura che, seppure di argomento prettamente musicale, risulta agevole e stimolante, da cui ogni estimatore dell’ingegno umano può trarre certamente ispirazione ed esempio.
Sono Marco Colombo di Milano e ho parlato del volume “Lettera a uno sconosciuto”, di John Cage, ed. Socrates, 1996″.


